Gli italiani incontrano sempre più ostacoli nel curarsi. Sono oltre un milione le famiglie in difficoltà economiche per le spese sanitarie. Mentre l’aspettativa di vita in salute al Sud e tra i redditi bassi è sempre più distante da quella di chi vive al Nord o che se la passa meglio. Effetto di una politica di definanziamento della sanità pubblica che ci accomuna più ai Paesi dell’Est Europa che al blocco di quelli occidentali. Anche se per qualità delle cure restiamo ai vertici europei. Questo è il quadro del sistema sanitario italiano tracciato dal 13° Rapporto del Crea sanità, l’istituto di ricerca dell’Università Tor Vergata di Roma.

Cala la spesa pubblica

Negli ultimi dieci anni il nostro Paese ha assistito a una progressiva contrazione della spesa pubblica per la sanità. Oggi spendiamo il 31,3% in meno di quanto non facciano i Paesi del blocco occidentale. Questa progressiva differenza è andata aumentando dal 2000 perché, se da noi il finanziamento pubblico ha segnato un incremento annuo dell’1%, tra le nazioni fondatrici dell’Ue il passo è stato del 3,6% l’anno. E così è continuata a lievitare la spesa privata, arrivata a lambire oramai i 40 miliardi di euro.

Aumenta il ricorso alla sanità privata

Le conseguenze sulle famiglie sono drammatiche. In Piemonte il 3% dei nuclei familiari ha avuto problemi a pagare, in Calabria questo dato sale a oltre il 12%. Quasi un milione e centomila famiglie ha avuto difficoltà economiche o è scivolato al di sotto della soglia di povertà per aggirare liste di attesa e superticket. Anche in questo caso ci sono forti differenze tra Nord e Sud Italia. Se in Piemonte sono meno del 3% e in Trentino Alto Adige appena sopra al 2%, in Calabria ad aver avuto problemi è oltre il 12% delle famiglie, in Sicilia il 10% e in Sardegna il 9%. Il Sud è più in difficoltà, ma problemi ne hanno avuti anche in Umbria, con poco meno del 10% e in Liguria con oltre il 7% di famiglie costrette a subire disagi economici.
Stesso discorso vale per chi è addirittura scivolato al di sotto della soglia di povertà per curarsi attingendo alle proprie tasche, fenomeno che riguarda oltre 350 mila nuclei familiari. Un dramma che impatta solo sullo 0,5% delle famiglie piemontesi e nell’ancor più insignificante quota di nuclei lombardi. Mentre basta scendere lungo lo stivale per trovare il 4% e più della Basilicata o il 3,6% della Calabria.

Si rinuncia alle cure

Ci si impoverisce o, in alternativa, si rinuncia alle cure. Circa il 17% delle famiglie, ha cercato di risparmiare rinviando a tempi migliori una visita o un accertamento. Ma in questi numeri ci sono anche oltre un milione e centomila nuclei che hanno annullato qualsiasi appuntamento sanitario.
Gli effetti di questo disagio economico e delle diseguaglianze si riflettono poi sullo stato di salute degli italiani. Nel Sud a 65 anni di età si hanno davanti a sé tre anni di vita in meno che nel resto d’Italia. E se al Nord in media si può sperare di vivere in buona salute fino a 60 anni, nel meridione l’aspettativa scende a 55 anni, toccando il minimo di 52 in Calabria. Altri dati dell’Osservatorio italiano della salute rilevano del resto che al Sud l’aspettativa di vita è tornata ai livelli del dopoguerra, con Campania e Sicilia su valori uguali a Bulgaria e Romania, mentre nelle Marche e a Trento si hanno davanti gli stessi anni di vita degli svedesi.

Sanità pubblica, eccellenza europea

Aver stretto sempre più i cordoni della borsa quando si è trattato di investire sul nostro servizio sanitario nazionale ha generato però diseguaglianze anche sociali, perché se la coperta del pubblico si ritira non tutti possono rivolgersi al privato. Anche perché il servizio sanitario nazionale è ancora un’eccellenza europea. Pur con con numerose differenze territoriali e sociali, in fatto di aspettativa di vita siamo secondi solo alla Spagna. Per quella senza disabilità ci sopravanza solo la Svezia. Da noi a 65 anni si può sperare di vivere quasi altri 10 anni senza avere limitazioni nelle attività quotidiane.

Un dato che è tra i migliori in Europa. Per i tumori l’Italia ha una mortalità inferiore alla media europea e andiamo meglio anche in fatto di mortalità evitabile, mentre in caso di infarto i nostri tassi di sopravvivenza sono i migliori del mondo occidentale.

 

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