È strano dover chiedere lo sconto over 65… quando ti senti un under 30

di Andrea Fisco 


Quel giorno era iniziato come tanti altri.
Un’aria tiepida di primavera, un po’ di traffico, la solita lista mentale delle cose da comprare e da dimenticare. E tra queste, un banalissimo burrocacao. Sì, perché nonostante l’età, la vanità resta. E le labbra screpolate non hanno mai fatto colpo su nessuno.

Entrai in farmacia con passo deciso. O meglio, con quello che credevo essere un passo deciso. Lo specchio all’ingresso restituì un’andatura un po’ più rallentata, quasi prudente, come se ogni movimento dovesse chiedere permesso a un’articolazione.

Mi misi in fila, dietro una ragazza che parlava al telefono di una festa. Una di quelle conversazioni leggere, tra glitter e cocktail. Sorrisi. Non con invidia, ma con nostalgia.
Poi fu il mio turno.

La cassiera — giovane, gentile, con occhi accesi e sguardo solare — mi fissò con educazione e chiese:
“Ha diritto allo sconto over 65?”

Per un attimo pensai che si stesse rivolgendo a qualcuno alle mie spalle.
Mi voltai. Nessuno.
Era proprio con me che stava parlando.

Sorrisi.
Quel tipo di sorriso che nasce tra il ridere e l’indignarsi.
Un’espressione a metà tra “Ma davvero?” e “Dove ho sbagliato?”

“Sono del ’65,” dissi.
Lei annuì entusiasta, come se avesse indovinato qualcosa.
“Perfetto, ha superato i 60!”

No, signorina. Non “perfetto”.
Li ho superati… di striscio.
Giusto qualche decennio dopo quando i Queen erano ancora vivi, Berlusconi era giovane e i jeans si compravano larghi e si stringevano col lavaggio.


La zona grigia dell’età indefinita

C’è un’età nella vita in cui non sei più giovane, ma nemmeno vecchio.
Un limbo biologico dove l’anagrafe ti tradisce, ma lo spirito si ostina a resistere.

A vent’anni ti pieghi per raccogliere una moneta.
A sessanta ti pieghi… e speri ci sia qualcuno che possa raccoglierti.

Eppure dentro sei lo stesso:
Quello che ride per le battute idiote.
Che si commuove per una canzone ascoltata in autoradio nel ’91.
Che vorrebbe ancora ballare, anche se si limita a battere il piede. Per sicurezza. Non si sa mai.


Il corpo ti fa i dispetti. Peggio degli amici sobri.

Mi alzo al mattino e sento scricchiolare qualcosa.
Non il letto.
Non il parquet.
Sono io.

Le ginocchia emettono suoni da sigla di cartone animato.
Le spalle sembrano protestare per ogni gesto, anche solo per mettermi la giacca.

Salgo le scale e ho il fiato di un atleta…
di curling. Dopo la terza birra.

Ma la cosa più sorprendente è che mi sento ancora me stesso.
Solo con un colesterolo più alto della mia autostima.


Specchio, specchio delle mie brame…

C’è un trucco che uso, nei giorni buoni.
Mi metto davanti allo specchio.
Sposto la luce.
Mi metto gli occhiali meno impietosi.
Faccio due passi indietro, tre metri almeno.
E accendo un filtro Instagram, se serve.

Non sono poi così male.
Un po’ vissuto, sì. Ma affascinante, in quella maniera in cui lo sono certi vecchi dischi in vinile. Con graffi che suonano meglio di mille hit moderne.


La verità? È che invecchiare è solo un’ipotesi.

Lo è per davvero.

Perché puoi avere 66 anni sulla carta d’identità, ma sentirti ancora lo scemo del villaggio, quello che ama i giochi di parole e si commuove per un tramonto.

Puoi avere rughe profonde, ma occhi che brillano come quando guardavi tua madre preparare la cena in silenzio.

Puoi aver bisogno della crema all’arnica… anche solo per digitare due righe al computer. Ma lo fai. Perché dentro, l’anima ha ancora i jeans strappati e le Converse ai piedi.


Conclusione (ma non la mia, non ancora)

Invecchiare, alla fine, non è obbligatorio.
È solo altamente probabile.

Ma se impari a riderne, a guardarti con affetto, a capire che non serve più dimostrare nulla a nessuno… allora ti accorgi che l’età è solo un’altra storia da raccontare.

E se oggi rido per quella cassiera che mi ha chiesto dello sconto over 65…
è solo perché, in fondo, lo meritavo.
Non per l’età.
Per tutto quello che ho vissuto per arrivarci.


Se ti è piaciuta questa storia, e ti ha strappato almeno un sorriso, mandala a qualcuno che oggi ha sbagliato per la terza volta la password dell’INPS.
Sarà un buon motivo per ricordargli che anche invecchiare… può essere un’arte.