Acqua pubblica, lusso privato? Il caso Maxim’s e la domanda che riguarda tutti noi

Una sorgente toscana diventa acqua di lusso. Ma quanto riceve davvero la collettività?

L’acqua è patrimonio pubblico. Ma quando una sorgente viene concessa a un’impresa privata, quanto vale davvero quella concessione? E soprattutto: quanto torna ai cittadini?

La domanda nasce da una recente inchiesta pubblicata da Nicoletta Forcheri, che ha acceso i riflettori sulla Fonte di Calcedonia, a Stia, nel cuore delle Foreste Casentinesi, e sull’acqua commercializzata con il marchio Maxim’s by Pierre Cardin.

La nostra Associazione ritiene che il tema meriti attenzione.

Non per criminalizzare un’impresa che opera sulla base di una concessione amministrativa, ma per affrontare una questione molto più importante:

quanto deve pagare un privato per poter utilizzare commercialmente una risorsa naturale appartenente alla collettività?


Prima di tutto: l’acqua non appartiene al concessionario

Questo è il punto giuridico dal quale bisogna partire.

La Legge regionale Toscana n. 38 del 27 luglio 2004, all’articolo 2, stabilisce che le acque minerali, di sorgente e termali presenti nel territorio regionale costituiscono patrimonio indisponibile della Regione.

La stessa normativa dispone che la loro utilizzazione avvenga attraverso una concessione a titolo oneroso e a tempo determinato.

Tradotto in parole semplici:

l’impresa può sfruttare economicamente la sorgente, ma l’acqua rimane una risorsa pubblica.

Ed è proprio per questo che diventa legittimo chiedersi quale sia il corretto equilibrio tra interesse economico privato e interesse collettivo.


Il caso della Fonte di Calcedonia

Nicoletta Forcheri, nel suo articolo del 16 agosto 2026, ricostruisce il caso della Fonte di Calcedonia di Stia, sostenendo che la concessione sarebbe stata rinnovata nel 2025 per altri 25 anni e indicando un canone di circa 25.000 euro l’anno per 41.666 metri cubi d’acqua.

L’acqua proveniente dalle sorgenti di Calcedonia viene effettivamente commercializzata come Acqua Maxim’s by Pierre Cardin.

Il sito ufficiale del prodotto indica come società Eau De Santé s.r.l., con sede a Pratovecchio Stia, e conferma che l’acqua proviene dalle antiche sorgenti di Calcedonia.

Il collegamento con Pierre Cardin riguarda anche il posizionamento commerciale del prodotto: nel 2018 lo stilista firmò il design della bottiglia della linea Fashion.

Si tratta quindi di un’acqua naturale del territorio toscano trasformata in un prodotto destinato anche alla ristorazione e al segmento premium.

Ed è proprio qui che nasce la questione.


Quanto vale realmente quell’acqua?

Facciamo un ragionamento semplice.

41.666 metri cubi corrispondono a circa 41,7 milioni di litri d’acqua.

Secondo i dati riportati nell’inchiesta di Nicoletta Forcheri, il canone indicato sarebbe di circa 25.000 euro annui.

Non è corretto, però, moltiplicare semplicemente tutti quei litri per un prezzo finale di vendita di 6,50 euro e definire il risultato “guadagno dell’azienda”.

Quel prezzo, infatti, può comprendere:

  • bottiglia;
  • imbottigliamento;
  • trasporto;
  • distribuzione;
  • intermediari;
  • ristorazione;
  • marketing;
  • imposte;
  • margini commerciali dei diversi operatori.

Ma resta una domanda perfettamente legittima:

il valore riconosciuto alla collettività per l’utilizzazione della risorsa è adeguato al valore economico generato dalla sua commercializzazione?

È questa la questione che interessa noi.

Non lo slogan.

I numeri.


La legge toscana: da 0,50 a 2 euro per metro cubo

Anche questo dato è particolarmente interessante.

L’articolo 22 della legge regionale Toscana n. 38/2004 stabilisce che, per le concessioni con stabilimento di imbottigliamento, il canone sia proporzionale alla quantità utilizzata e possa essere compreso tra 0,50 e 2 euro per metro cubo d’acqua imbottigliata.

Un metro cubo significa:

1.000 litri d’acqua.

La stessa norma prevede inoltre che il Comune determini concretamente il canone considerando quantità, valore di mercato, qualità e tipologia di utilizzo dell’acqua.

E c’è un’altra particolarità.

Per l’acqua imbottigliata in vetro il Comune può prevedere una riduzione del canone fino al 50%.

Non stiamo quindi dicendo che vi sia qualcosa di illecito.

Stiamo dicendo qualcosa di diverso:

forse è arrivato il momento di chiederci se il valore attribuito per legge e dalle singole concessioni a determinate risorse naturali sia ancora adeguato al loro valore commerciale reale.


Una bottiglia può valere euro. Mille litri d’acqua pochi centesimi?

È questa la contraddizione che colpisce maggiormente il cittadino.

L’acqua viene captata da una sorgente naturale.

Viene imbottigliata.

Le viene attribuito un marchio prestigioso.

La bottiglia viene progettata come un prodotto di design.

Arriva nei ristoranti e nei circuiti commerciali premium.

Tutto assolutamente legittimo.

Ma a monte di questa catena economica esiste una materia prima particolare.

Non è una borsa.
Non è un’automobile.
Non è un profumo.

È acqua.

E la normativa toscana stabilisce espressamente che quella risorsa appartiene al patrimonio indisponibile della Regione.

Per questo il cittadino ha diritto di chiedere:

quanto incassa la collettività?


La questione non è Pierre Cardin. È il sistema delle concessioni

Sarebbe troppo semplice trasformare questa storia in una polemica contro Pierre Cardin o contro una singola società.

Il problema è molto più ampio.

Il vero tema riguarda il sistema italiano delle concessioni delle acque minerali e di sorgente.

Se una risorsa pubblica genera un’importante attività economica privata, bisogna verificare almeno quattro cose:

1. Quanto viene prelevato?

2. Quanto paga il concessionario?

3. Come viene determinato quel canone?

4. Quale beneficio economico, ambientale e occupazionale riceve il territorio?

Queste informazioni dovrebbero essere facilmente comprensibili e accessibili ai cittadini.


Trasparenza: i cittadini possono chiedere gli atti

Ed è qui che entra in gioco uno dei diritti che Avvocato in Famiglia ETS considera fondamentali.

Il cittadino non deve necessariamente accontentarsi di ciò che legge sui giornali o sui social.

Può chiedere documenti.

Il D.Lgs. 33/2013 disciplina l’accesso civico e l’accesso civico generalizzato, attraverso il quale chiunque può domandare documenti e dati detenuti dalla Pubblica Amministrazione, nei limiti previsti dalla legge. ANAC conferma che l’accesso generalizzato può essere esercitato da chiunque.

Nel caso di una concessione idrica, possono quindi assumere particolare interesse:

  • il provvedimento di concessione;
  • la convenzione con il concessionario;
  • la durata;
  • il quantitativo massimo autorizzato;
  • i quantitativi effettivamente prelevati;
  • il criterio utilizzato per determinare il canone;
  • i canoni effettivamente versati;
  • eventuali riduzioni;
  • gli obblighi ambientali;
  • gli investimenti previsti sul territorio;
  • i controlli effettuati dall’amministrazione.

La legge regionale prevede inoltre l’installazione di misuratori della portata e la trasmissione periodica dei relativi dati al Comune e alla Regione.

Quindi una domanda come:

“Quanta acqua è stata realmente prelevata?”

non dovrebbe essere una curiosità.

Dovrebbe essere un dato amministrativo verificabile.


Noi vogliamo partire dai documenti

Come Associazione dei consumatori riteniamo sbagliato trasformare ogni vicenda in un processo mediatico.

Ma riteniamo altrettanto sbagliato che il cittadino rinunci a conoscere come vengono amministrati i beni pubblici.

Prima gli atti.
Poi i numeri.
Infine le conclusioni.

Se una concessione è conveniente per il territorio, deve poter essere dimostrato.

Se genera occupazione, sviluppo e investimenti, quei benefici devono essere considerati.

Ma se una risorsa pubblica di enorme valore viene concessa ottenendo in cambio una remunerazione sproporzionatamente modesta, allora è legittimo chiedere alla politica e alle amministrazioni:

perché?


Il merito dell’inchiesta di Nicoletta Forcheri

Questo articolo nasce dalla segnalazione e dall’inchiesta pubblicata dalla giornalista e autrice Nicoletta Forcheri.

Non vogliamo appropriarci del suo lavoro.

Al contrario.

Invitiamo i nostri lettori a leggere direttamente l’articolo originale, nel quale sono riportati i dati e le valutazioni che hanno fatto nascere questa nostra riflessione:

👉 Leggi qui l’articolo originale di Nicoletta Forcheri – “Acqua di lusso regalata a Pierre Cardin: canone zero, guadagni da capogiro”

I dati specifici relativi al canone, ai quantitativi della concessione e al rinnovo riportati in questo articolo vengono quindi attribuiti alla ricostruzione dell’autrice; riteniamo corretto distinguere tali informazioni dai dati che abbiamo potuto riscontrare direttamente attraverso le fonti normative e istituzionali consultate.


La nostra acqua ha un valore. Anche quando esce dalla sorgente.

Il punto finale è questo.

Non siamo contrari alle imprese.

Non siamo contrari alle concessioni.

Non siamo contrari a trasformare una risorsa italiana in un prodotto capace di conquistare mercati internazionali.

Ma una risorsa pubblica deve produrre un vantaggio adeguato anche per la comunità alla quale appartiene.

Perché quando una bottiglia diventa “lusso”, mentre l’acqua contenuta al suo interno viene valorizzata alla fonte per cifre infinitamente inferiori, una domanda nasce spontanea:

stiamo amministrando bene il patrimonio dei cittadini?

Avvocato in Famiglia ETS continuerà a difendere un principio molto semplice:

la trasparenza non è un favore della Pubblica Amministrazione. È un diritto del cittadino.

E prima di giudicare bisogna fare una cosa che consigliamo da anni:

CHIEDERE GLI ATTI. LE CARTE CANTANO.


Avvocato in Famiglia ETS

Hai un problema con una Pubblica Amministrazione, una concessione, una cartella esattoriale, una banca o un soggetto che ritieni stia violando i tuoi diritti?

Prima di arrenderti, verifica.

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