Decreto ingiuntivo? Prima di fare causa cercate un accordo: la miglior causa è quella che evitiamo
Litigare è un lusso per i soli ricchi. Per le famiglie, spesso, la vera vittoria è trovare un accordo sostenibile.
Quando arriva un decreto ingiuntivo, un precetto o la minaccia di un pignoramento, la prima reazione è quasi sempre la stessa: paura.
La seconda, purtroppo, è spesso peggiore: pensare che esistano soltanto due possibilità.
Pagare tutto oppure fare causa.
Non è così.
Tra la resa e anni di tribunale esiste una terza strada: la trattativa.
Ed è proprio da qui che parte da sempre uno dei principi di Avvocato in Famiglia ETS:
LA MIGLIOR CAUSA È QUELLA CHE EVITIAMO.
Un decreto ingiuntivo non significa che sia vietato trattare
Anche quando un creditore dispone già di un titolo, può essere ancora possibile aprire una trattativa e proporre una soluzione transattiva.
Naturalmente l’accordo non può essere imposto alla controparte.
Ma può essere cercato, costruito e negoziato.
Il nostro ordinamento conosce espressamente la transazione: l’art. 1965 del Codice civile consente alle parti, attraverso reciproche concessioni, di porre fine a una controversia già iniziata oppure di prevenirne una futura.
Non è quindi una scorciatoia.
È diritto. È negoziazione. È strategia.
Anche la negoziazione assistita è stata introdotta proprio come strumento per favorire una soluzione delle controversie fuori dalle aule giudiziarie, con l’assistenza degli avvocati.
Il nostro caso: da 4.020 euro a 2.000 euro rateizzati
La vicenda che avevamo raccontato sul nostro sito è molto semplice.
Un nostro associato aveva ricevuto un decreto ingiuntivo di 4.020 euro, comprese le spese legali.
Non aveva presentato opposizione nei termini.
Una situazione certamente più difficile.
Eppure il lavoro non si è fermato alla domanda:
“Possiamo ancora fare causa?”
La domanda è diventata:
“Possiamo trovare un accordo?”
La risposta della trattativa è stata positiva.
4.020 EURO RICHIESTI
ACCORDO RAGGIUNTO: 2.000 EURO
E PAGAMENTO RATEIZZATO
Il caso e il risultato erano già stati documentati nell’articolo originario pubblicato da Avvocato in Famiglia ETS.
Questo non significa che ogni debito possa essere dimezzato.
Significa qualcosa di più importante:
mai considerare automaticamente chiusa una posizione senza aver prima verificato gli atti e valutato la possibilità di negoziare.
Litigare è un lusso per i soli ricchi
Una causa significa tempi, avvocati, contributi, eventuali consulenze tecniche, udienze e soprattutto incertezza sul risultato.
Chi dispone di grandi risorse economiche può anche permettersi di affrontare un contenzioso lungo.
Una famiglia in difficoltà deve invece chiedersi:
qual è il risultato concreto che voglio ottenere?
Avere ragione tra cinque anni?
Oppure trovare oggi una soluzione economicamente sostenibile?
Noi preferiamo partire dalla seconda domanda.
Questo non significa rinunciare ai propri diritti.
Significa utilizzarli con intelligenza.
Prima controlliamo. Poi trattiamo. Solo alla fine, se serve, combattiamo.
La trattativa non deve essere sinonimo di resa.
Prima di proporre qualsiasi accordo occorre verificare la posizione.
Il credito è corretto?
Gli importi sono realmente dovuti?
La documentazione è completa?
Il creditore è legittimato a richiedere quelle somme?
Esistono contestazioni utilizzabili nella trattativa?
Il debitore può proporre un saldo e stralcio o una rateizzazione realmente sostenibile?
Sono proprio questi elementi che possono modificare il peso negoziale delle parti.
Perché presentarsi dicendo semplicemente:
“Non riesco a pagare”
è molto diverso dal presentarsi dopo avere analizzato documenti, contratto, conteggi e posizione giuridica.
Anche la Cassazione riconosce la forza dell’accordo
La giurisprudenza ribadisce l’importanza della volontà delle parti e delle reciproche concessioni nella definizione transattiva di una controversia.
La Cassazione civile, sez. II, n. 27887 del 3 ottobre 2023, ha esaminato proprio gli effetti di un accordo transattivo destinato a definire i rapporti derivanti da un giudizio pendente, valorizzando la chiara volontà delle parti di superare la controversia mediante reciproche concessioni.
È esattamente questo il principio.
Una controversia non deve necessariamente terminare con qualcuno che vince e qualcuno che perde davanti a un giudice.
Può terminare con due parti che decidono che continuare a litigare non conviene più a nessuno.
Un buon avvocato non è quello che promette una causa. È quello che cerca una soluzione.
Questa è la nostra filosofia.
Ci sono cause che devono essere combattute.
Ci sono diritti sui quali non si deve arretrare.
Ma trasformare automaticamente ogni problema in una causa significa spesso dimenticare l’interesse principale della persona che abbiamo davanti.
Risolvere il problema.
Non alimentarlo.
Per questo, davanti a un debito, un decreto ingiuntivo, un precetto o una richiesta di pagamento, il nostro metodo è semplice:
CONTROLLARE → CONTESTARE SE NECESSARIO → TRATTARE → TROVARE UN ACCORDO.
Il tribunale deve essere una possibilità.
Non sempre la prima scelta.
Avete un decreto ingiuntivo, un precetto o un debito che non riuscite più a sostenere?
Non aspettate che la situazione diventi più difficile.
E soprattutto non pensate:
“Ormai è troppo tardi.”
Il caso dei 4.020 euro diventati 2.000 euro rateizzati dimostra che anche quando un errore è già stato commesso — in quel caso non era stata presentata opposizione al decreto ingiuntivo — può ancora valere la pena verificare se esiste uno spazio per una soluzione.
Non promettiamo miracoli.
Cerchiamo soluzioni.
Perché una famiglia non ha bisogno di una causa da raccontare.
Ha bisogno di un problema risolto.
LA MIGLIOR CAUSA È QUELLA CHE EVITIAMO.
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